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Pensieri e Parole

Nell’era della Rete l’umanità si sta dividendo in tre classi:

- gli internauti: 1 miliardo di persone

- gli alfabetizzati: 3 miliardi di persone

- gli analfabeti: 3 miliardi di persone

La Rete è uno strumento di democrazia, ma deve essere gestito.

Tre sono i punti fodamentali:

1) LA CITTADINANZA DIGITALE
Quando una persona nasce, i genitori gli danno un nome.
L’ONU o l’UNESCO dovrebbero dargli il suo indirizzo e-mail e l’accesso gratuito alla Rete per tutta la vita, gratis, come accade in Svezia.
Come la citadinanza.

2) COMPUTER A BASSO PREZZO
I computer dovrebbero costare meno e dovrebbero essere sovvenzionati dallo stato.

3) COMPUTER A BASSO IMPATTO AMBIENTALE
I computer diventano obsoleti ogni tre mesi.
Devono essere cambiati ogni tre anni.
Questa velocià è pericolosa, può creare un’apocalisse ambientale.
Per fare 10 chili di computer, ci vogliono 10 tonnelate di materiali, che diventano 10 tonnellate di rifiuti.
Le aziende produttrici dovrebbero essere responsabili dei computer dalla loro costruzione a loro smaltimento.

Tutto ciò non accadrà da solo.
Ci vuole la politica.
Ci vogliono politici che capiscano queste cose e le facciano diventare legge.

(dal blog di Beppe Grillo)

 

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Web Ergo Sum

Autore: Gianroberto Casaleggio
Editore: Sperling & Kupfer

La Rete sta cambiando la società. Politica, economia, aziende stanno subendo mutamenti profondi e non prevedibili. La diffusione della conoscenza, la democrazia diretta, l’abolizione della proprietà intellettuale sono le forze, già in atto, che condurranno al Nuovo Mondo. Un Nuovo Mondo spiegato nel libro con accostamenti letterari a Kipling e Wilde, cinematografici a “Qualcuno volò sul nido del cuculo” “Sei gradi di separazione” attraverso artisti come Gaber e Carelman, e prendendo spunto dal pensiero di Galileo, Darwin, Einstein e Lovelock. La Rete riguarda ognuno di noi, è un bene prezioso che non si può ignorare e delegare ai politici ed agli interessi delle grandi aziende. Perché ciò avvenga, va capita nelle sue diverse implicazioni.


Prefazione di Beppe Grillo

“Lo incontrai per la prima volta a Livorno, una sera di aprile, durante il mio spettacolo Black Out. Venne in camerino e cominciò a parlarmi di Rete. Di come potesse cambiare il mondo.
Non conoscendolo lo assecondai. Gli sorrisi. Cercai di non contrariarlo.
Temevo di ritrovarmi una chiocciola o un puntocom in qualche posto sensibile.
Era molto convinto di quello che diceva. Pensai che fosse un genio del male o una sorta di San Francesco che invece che ai lupi e agli uccellini parlasse a Internet. Mi descrisse webcasting, democrazia diretta, chatterbot, wiki, downshifting, usability, oggetti di interazione digitale, social network, legge di Reed, intranet e copyleft.
Chiese se capivo. Disse che era importante.
Ebbi, lo confesso, un attimo di esitazione. Strinsi gli occhi. Casaleggio ne approfittò.
Mi parlò allora, per spiegarsi meglio, di Calimero il pulcino nero, Gurdjieff, Giorgio Gaber, Galileo Galilei, Anna di York, Kipling, Jacques Carelman e degli adoratori del banano.
Tutto fu chiaro, era un pazzo. Pazzo di una pazzia nuova, in cui ogni cosa cambia in meglio grazie alla Rete.
Aziende democratiche, persone al centro di ogni processo, intermediazioni economiche e politiche soppresse, libera circolazione di idee, abolizione della proprietà intellettuale.
Ce n’è abbastanza per rinchiuderlo. E’ un individuo oggettivamente pericoloso e socialmente utile.”
Beppe Grillo.

 

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La decrescita felice

Autore:
Maurizio Pallante
Editore: Editori Riuniti

I segnali sulla necessità di rivedere il parametro della crescita su cui si fondano le società industriali continuano a moltiplicarsi: l’avvicinarsi dell’esaurimento delle fonti fossili e le guerre per averne il controllo, i mutamenti climatici, lo scioglimento dei ghiacciai, l’aumento dei rifiuti, le devastazioni e l’inquinamento ambientale. Eppure gli economisti e i politici, gli industriali e i sindacalisti con l’ausilio dei mass media continuano a porre nella crescita del prodotto interno lordo il senso stesso dell’attività produttiva. In un mondo finito, con risorse finite e con capacità di carico limitate, una crescità infinita è impossibile, anche se le innovazioni tecnologiche venissero indirizzate a ridurre l’impatto ambientale, il consumo di risorse e la produzione di rifiuti. Queste misure sarebbero travolte dalla crescita della produzione e dei consumi in paesi come la Cina, l’India e il Brasile, dove vive circa la metà della popolazione mondiale. Né si può pensare che si possano mantenere le attuali disparità tra il 20 per cento dell’umanità che consuma l’80 per cento delle risorse e l’80 per cento che deve accontentarsi del 20 per cento. Forse è arrivato il momento di smontare il mito della crescita, di definire nuovi parametri per le attività economiche e produttive, di elaborare un’altra cultura, un altro sapere e un altro saper fare, di sperimentare modi diversi di rapportarsi col mondo, con gli altri e con se stessi.

Recensione di Beppe Grillo

Si può essere felici perché l’economia non cresce? «Certo che no!», risponderebbe qualsiasi persona fermata a caso per la strada. Identica sarebbe la posizione di imprenditori e operai, finanzieri e impiegati, professori e contadini. Persino la politica, sconquassata come non mai da fratture e divisioni, ritroverebbe unità nel respingere la domanda come una provocazione assurda. Quello della crescita del Pil (il prodotto interno lordo) è forse l’ultimo vero dogma dell’età contemporanea, l’unico che nessuno aveva ancora osato mettere seriamente in discussione. Certo ne erano già stati sottolineati limiti e pericoli: il benessere ridotto alla misura della quantità delle merci prodotte, per un verso; e la capacità di tenuta dell’ambiente naturale a fronte di un’economia protesa alla crescita infinita, per l’altro. Ma che venisse esplicitamente posta la questione della diminuzione del Pil ancora non era accaduto. Lo ha fatto Maurizio Pallante nel libro La decrescita felice – un titolo che a molti suonerà come un ossimoro – stampato dagli Editori Riuniti.
Pallante è uno che parla chiaro. Ha il gusto della provocazione, ma anche il pallino della concretezza. Non si limita a criticare, propone anche. Il suo libro è, insieme, una lucida lettura delle perversioni e delle contraddizioni della nostra società e un manuale di consigli pratici da applicare nella vita quotidiana. Dall’analisi di concetti-chiave della cultura occidentale – innovazione e progresso – all’autoproduzione dello yogurt, in un libro che si legge d’un fiato.
La tesi centrale de La decrescita felice è che l’economia basata sulla crescita del Pil rappresenta un inganno: pretende di rispecchiare il benessere di una società, ma in realtà si limita a calcolare la quantità delle merci prodotte. E non sempre crescita della produzione e benessere vanno d’accordo. Rimanere bloccati nel traffico fa crescere la quantità di carburante consumato, ma certo non migliora la qualità della vita. Lo stesso vale per le calamità naturali: la ricostruzione di New Orleans darà una bella spinta all’economia statunitense, ma è facile immaginare che gli abitanti della città avrebbero fatto volentieri a meno di Katrina. Il punto è che l’economia odierna non distingue più tra beni e merci, ignora gli uni e pone esclusiva attenzione sulle altre. Quel che conta sono le cose comprate e vendute, tutto il resto non esiste: gli stessi pomodori di uno stesso orto fanno salire il Pil se immessi sul mercato, ma non esistono se finiscono sulla tavola di chi se li è coltivati. La logica cui è improntato il sistema attuale è quella della continua crescita delle merci prodotte. Dire che il Pil non cresce è diventato un tabù: quando le cose vanno male si dice che «la crescita è negativa». Conseguenza inevitabile di tale impostazione è il progressivo inserimento di quasi ogni sfera della vita sociale nell’ambito dei circuiti mercantili: se l’imperativo è quello della continua crescita della produzione, allora si devono conquistare sempre nuove sfere di mercato, perché quelle tradizionali prima o poi raggiungono la saturazione. Ecco allora che anche i bisogni fino a pochi decenni fa assolti in famiglia – si pensi alla cura dei bambini e degli anziani – trovano ora soddisfazione sul mercato. Poco alla volta la logica mercantile ha rimodellato le stesse strutture sociali a misura delle proprie esigenze: quel di cui ha bisogno è di una massa di individui isolati che sanno solo consumare, perché incapaci di far fronte ad alcuna delle proprie necessità né personalmente né tramite la propria sfera di relazioni.
Pallante porta alle estreme conseguenze il ragionamento, applicando la sua chiave di lettura al sottosviluppo, alla disoccupazione, allo stato sociale, al femminismo, al Sessantotto, all’arte contemporanea. Qualcuno potrà rimanerne a tratti sconcertato, tante sono le certezze rimesse in discussione. Altri potranno provare fastidio per un libro che è contemporaneamente rivoluzionario e reazionario, attacca la destra e la sinistra, propugna la difesa dell’ambiente e se la prende con gli ecologisti, reclama la riscoperta delle conoscenze tradizionali e sostiene la capillare diffusione delle più avanzate tecnologie energetiche. Sembrano aspetti inconciliabili; e invece il libro sorprende per la sua rigorosa coerenza, la linearità delle argomentazioni, la limpidezza del ragionamento.

 

Coerenza e limpidezza che si ritrovano anche nella parte propositiva. L’idea è quella di tagliare l’erba sotto i piedi al sistema economico, escludendo il mercato ogniqualvolta sia possibile soddisfare i propri bisogni autonomamente, tramite l’autoproduzione, o instaurando rapporti con gli altri, attraverso scambi non mercantili basati sul dono e sulla reciprocità. Diversamente da molti di coloro che si occupano di questi temi, Pallante non è un moralista: pur riconoscendo il valore delle scelte ispirate alla sobrietà, le sue idee non si basano sui buoni sentimenti. Il libro non ci chiede di rinunciare a una parte del nostro benessere, ma, al contrario, ci indica la strada per vivere meglio, svelando l’inganno di un’economia che spaccia la quantità per la qualità. Comprare di meno vuol dire far diminuire il Pil, ma non per forza significa avere di meno: basta prodursi da sé o scambiare con altri autoproduttori quel che non si compra più. E sappiamo tutti che una marmellata buona come quella della nonna di certo non la vendono al supermercato.

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